Difficilmente esiste, nel mondo dei motori e della cultura popolare in genere, un simbolo così forte, potente e suggestivo: il Cavallino Rampante. Anche oggi, quando magari i bambini preferiscono lo schermo di un tablet alle macchinine giocattolo e dove gli adolescenti non passano più il loro tempo a fantasticare su come truccare i loro motorini, lo stemma del cavallo nero sullo sfondo giallo è un linguaggio cristallino e mondiale.

Il Cavallino, insomma, parla chiaro.

Ci comunica non soltanto di essere in presenza della Ferrari, ma anche quelle che possono essere le idee dietro la progettazione delle auto più famose di sempre: eleganza, potenza, velocità, carisma, singolarità.

Eppure non sono in tanti a conoscere l’origine di questo simbolo, che di fatto non fu ideato in maniera originale da Enzo Ferrari ma che invece fu adottato per una serie di circostanze che andremo a toccare in questo articolo.

Ecco, allora, come è nato il mito del Cavallino Rampante.

Le circostanze

Ferrari stava attraversando un momento infelice della sua vita: nel biennio 1915-1916 vennero a mancare per malattia sia il papà che il fratello  e lui, dopo essere stato arruolato nel 3° Reggimento Alpini, si ammalò nel 1917 di pleurite a soli diciannove anni. Fu ricoverato allora nella sezione “incurabili” dell’ospedale di Bologna. “Era l’inverno 1918-1919″ ricorda il patron nelle sue memorie: “rigidissimo, lo rimbembro con grande pena. Mi ritrovai per strada, i vestiti mi si gelavano addosso. Attraversando il Parco del Valentino (a Torino, ndr), dopo aver spazzato la neve con la mano, mi lasciai cadere su una panchina. Ero solo, mio padre e mio fratello non c’erano più. Lo sconforto mi vinse e piansi“.

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L’evento

Ma Ferrari aveva un appuntamento col destino. Iniziò a correre nel 1920 per l’Alfa Romeo. A quei tempi la scuderia accoglieva soprattutto i piloti non professionisti benestanti, cosa che il Drake a quel punto della sua esistenza non era affatto. Ma d’un tratto iniziarono ad arrivare i primi piazzamenti e il 16 giugno 1923, nei pressi di Ravenna, Ferrari vinse il Circuito del Savio. In quell’occasione, durante la premiazione, Enzo conobbe il conte Enrico Baracca e la moglie Paolina, genitori dell’eroe militare Francesco Baracca.

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Il significato

Francesco Baracca è stato il più importante asso dell’aviazione italiana durante la Grande Guerra. Quando i piloti di aeroplani si facevano chiamare “cavalieri dell’aria”, Baracca riuscì a segnare la cifra record di 34 duelli vinti, prima di essere abbattuto in condizioni misteriose a Nervesa della Battaglia. Era uso comune tra gli aviatori dipingere il proprio stemma sulla carlinga del velivolo: Baracca utilizzava un cavallino nero su sfondo canarino. Il simbolo equino fu in realtà preso in prestito da quello del 2° Reggimento “Piemonte Cavalleria” in cui lo stesso aveva prestato servizio, mentre i colori appartenevano alla storica araldica della sua nobile casata.

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Lo snodo

Stando a quanto raccontò poi il Drake, negli anni ottanta, allo storico Giovanni Manzoni, fu la contessa Paolina, madre dell’aviatore, a dirgli esplicitamente cosa fare: “Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna“, consegnandogli le bozze dello stemma. Enzo acconsentì, modificando lievemente lo stile, e dal 1932 il Cavallino Rampante di Baracca divenne il simbolo della scuderia Ferrari. Da qui, nulla da dire: Paolina Baracca aveva proprio ragione.

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