L’anno scorso veniva a mancare Niki Lauda. È quasi strano dirlo: lui, il decano, l’immortale, il computer, la fenice della Formula 1. Scampato dalle fauci della morte per meno di un soffio, ha vissuto almeno tre vite.

La prima è quella della giovinezza, spensierata ma non troppo. Un rampollo di una ricca famiglia austriaca che cercava di infrangere i pregiudizi per fare ciò che più amava: correre in auto.

Quindi una seconda vita, dopo il terribile incidente del Nürburgring.

Nella foresta nera di Arenberg entrò Niki ma uscì Lauda. Il viso sfigurato, ma la tempra della leggenda.

E infine la terza vita, non più a rincorrere il millesimo ma a pilotare aerei, uomini e imprese. Sempre in pole position.

Il nostro tributo al mito è tutto qui: i cinque momenti che più brillano nella costellazione della carriera, e della vita, di Niki Lauda.

La curva di Ronnie Peterson

Lauda ottenne il suo primo ingaggio in Formula 1 con la March. Aveva venduto le sue eredità e ottenuto dei prestiti bancari per correre in Formula Mini e Formula Vee: vinceva ma non da fenomeno. Ottenne una sessione di test con la March. La sua guida caratteristica era fredda e ragionata, priva di sbavature o di giochi da funambolo, in un periodo dove in F1 gli sfasciacarrozze dilagavano.

Terminata la sua serie di giri, Lauda si appostò con il team manager a ridosso di una curva. Curva che Ronnie Peterson, prima guida della March, percorse attaccando il cordolo e procedendo con una sbandatura controllata. La derapata di Peterson divampò negli occhi di Lauda, che esclamò con franchezza: “Non mi vedrete mai fare quel genere di cose!“.

Considerando la reazione dell’austriaco e l’esperienza di Peterson, il team manager credeva che il tempo di Lauda fosse inferiore di uno o due secondi a quello del rivale. E invece, tornati al paddock, scoprì che Niki era stato più veloce di un decimo e mezzo.

Buona la prima

Dopo la parentesi in BRM, priva di eccessivi acuti, Lauda seguì quello che era stato il suo compagno di scuderia Clay Regazzoni in Ferrari. Era il 1974 e la monoposto di Maranello, seppur in via di sviluppo, era veloce e competitiva. Niki esordì in Argentina con un bel secondo posto, agguantando poi il primo successo nel Gran Premio di Spagna sul circuito di Jarama.

Nel corso di quella stagione ottenne ben 9 pole position e trionfò anche nel GP d’Olanda ma non riuscì a giocarsi il mondiale per via dei numerosi ritiri, avvenuti per lo più a causa di guasti meccanici.

Fu nel 75 che Lauda conquistò il primo iride, potendo contare sulla Ferrari 312 T nel pieno splendore. Era il pilota da battere sulla vettura migliore: vinse il GP di Monaco e le successive tre tappe, valorizzate da un secondo posto che gli donò un certo margine in classifica piloti. Vinse matematicamente il mondiale con un terzo posto a Monza, dove fu portato in trionfo dal popolo di Maranello che non saliva sul tetto del Circus dal 1964. Chiuse la stagione con la quinta vittoria a Watkins Glein.

Il computer e lo schianto

Non c’è leggenda senza una lotta, non c’è mito senza rivalità. E Lauda ha avuto il suo rivale inglese James Hunt: sulle vicende della stagione 1976 sono stati scritti libri e girati film. La verità è che i due erano stretti amici. Avevano condiviso lo stesso appartemento quando militavano in Formula 3 e lo scontro era semplicemente un affare di pista.

Prevalse Hunt, favorito dall’incidente del Nürburgring. Nonostante le ustioni e i fumi tossici insiti nei polmoni (per cui lo scorso anno è stato necessario un trapianto) Lauda saltò soltanto due GP. E si arrivò all’ultimo round di Tokyo con l’austriaco ancora avanti in classifica piloti.

Una pioggia terribile mischiò le carte in gioco. E un errore di valutazione di Lauda, che decise di rientrare ai box e ritirarsi per via delle indecenti condizioni atmosferiche, regalò il mondiale ad Hunt, che invece rimase in pista e fu graziato dagli dei della Formula Uno. Che improvvisamente spazzarono via le nuvole e gli acquazzoni.

All’inferno e ritorno

La fine del sodalizio con la Ferrari fu burrascosa. Nella stagione 1977 la pressione interna del Drake e dei media era diventata fortissima e Lauda si aspettava di più da Maranello dopo le vicende dell’anno precedente. Nonostante tutto, però, Niki conquistò 3 vittorie e superò una agguerrita concorrenza composta dai vari Hunt, Andretti, Sheckter e Regazzoni, aggiudicandosi il secondo mondiale.

Abbandonò il sedile della 312 T dopo essersi laureato matematicamente campione, lasciando vacante l’abitacolo per i rimanenti due GP. Uno smacco clamoroso per Maranello, che finì con il reclutare un semi-sconosciuto ragazzo: Gilles Villeneuve.

Passò alla Brabham, una realtà poco competitiva in un ambiente che invece stava scoprendo i benefici dell’effetto suolo. Nel 78 vinse due GP, nel 79 rimase a secco e, stufo di non poter competere per le prime posizioni, si ritirò. Ma non durò molto lontano dalle corse.

Il terzo titolo

Nel 1982 Niki Lauda tornò nella massima serie al volante di una McLaren. Al rientrò provocò la stampa: “Aspettate quattro corse per giudicarmi“. Si sbagliò, perchè già al terzo appuntamento vinse il GP degli Stati Uniti Ovest. Fu una stagione molto combattuta ed equilibrata, ma il testa a testa mondiale era privilegio delle vetture turbo Renault e Ferrari. Lauda si portò comunque a casa il GP del Belgio.

Nel 1983 Lauda era competitivo ma, allo stesso modo, non riuscì a concretizzare il titolo. Titolo che invece arrivò l’anno seguente, prevalendo sul compagno di scuderia Prost di solo mezzo punto (dovuto al dimezzamento dei punti del GP di Monaco) con cinque vittorie stagionali. Fu il terzo ed ultimo titolo.

Se l’articolo ti è piaciuto, condividilo su Facebook!